Riconosceremo la vita aliena quando la vedremo?

Riconosceremo la vita aliena quando la vedremo?

In un episodio di Star Trek del 1967 il Capitano Kirk ed il suo equipaggio investigano sulle misteriose morti tra i minatori che lavorano su Janus VI. L’assassino viene scoperto: è una roccia chiamata Horta. Eppure i sensori dell’Enterprise non avevano rilevato vita sul pianeta, poiché calibrati per la ricerca di esseri viventi basati sul carbonio.

Nella finction impiegano un po’ di tempo per capire che Horta è un essere vivente basato sul silicio e non una comune roccia. Grazie alle capacità mentali di Spock scoprono anche che Horta è l’ultimo sopravvissuto della specie e che voleva soltanto proteggere le sue uova dai minatori invasori.

Riconoscere forme di vita sviluppata su altri pianeti non è così semplice. Soprattutto se si basano su ingredienti che non ci sono familiari. Anche sulla Terra, secondo alcuni ricercatori, è possibile che esseri viventi siano stati trascurati perché non rientrano nella definizione standard di vita.

Gli scienziati che cercano la vita oltre la Terra sono gli astrobiologi e, per sapere dove cercarla, ma soprattutto riconoscerla, hanno bisogno di alcune regole base.

Chris Adami, della Michigan State University, è tra le persone che lavorano a queste regole. Nel suo laboratorio ha visto crescere e moltiplicarsi una versione di vita basata sul silicio. Purtroppo non una vita reale ma una simulazione, molto complessa, realizzata al computer.

«Riconoscere la vita extraterrestre? È semplice», dice sorridendo Adami. «Se vedete un essere che agita le braccia davanti a voi, è probabile che sia una forma di vita». Ma, quasi certamente, i primi alieni che gli esseri umani incontreranno non saranno omini verdi, forse si tratterà di piccoli microbi.

Gli scienziati stanno cercando di comprendere come riconoscere i microbi alieni. Potrebbe essere molto difficile se questi organismi sono differenti da quelli che conosciamo. Questo ha portato alla necessità di stabilire delle regole per capire cosa è vita e cosa non lo è.

Molti insistono sul fatto che alcune caratteristiche devono essere presenti in ogni forma di vita, sia terrestre che aliena. Queste includono l’attività metabolica, la riproduzione e l’evoluzione. Altri aggiungono, tra i requisiti, che le cellule siano abbastanza grandi da contenere i ribosomi responsabili della sintesi proteica.

Ma queste regole rischiano di essere eccessivamente rigide. Fare un elenco potrebbe creare un effetto “paraocchi”, dice Carol Cleland, dell'Università del Colorado a Boulder. Una visione ristretta potrebbe impedirci di accorgerci della presenza di altra vita nel cosmo.

Alcuni scienziati, ad esempio, affermano che i virus non sono vivi perché hanno bisogno delle cellule ospiti per riprodursi. Adami non ha alcun dubbio sul fatto che i virus siano esseri viventi, «Loro non portano con sé tutto il necessario per sopravvivere», e aggiunge, «ma neanche noi lo facciamo». La cosa fondamentale è che i virus trasmettono informazioni genetiche da una generazione all’altra. E nella forma più semplice, sostiene Chris Adami, la vita sono solo informazioni che si riproducono.

Secondo Cleland anche l’evoluzione dovrebbe essere fuori dal discorso. Gli scienziati, dopo tutto, potrebbero non riuscire ad osservare per il tempo necessario una potenziale forma di vita per accorgersi che essa si sta evolvendo.

Steven A. Benner, dell'Università della Florida (Foundation for Applied Molecular Evolution), esclude dalla lista anche le dimensioni delle cellule. Una cellula troppo piccola per contenere i ribosomi potrebbe funzionare in altri modi, ad esempio utilizzando l’RNA per le sue reazioni biochimiche.

La funzione delle cellule è quella di separare un organismo da un altro. Ma in teoria anche degli strati di argilla potrebbero svolgere la medesima funzione, suggerisce Adami.
Cleland, aggiunge, che la vita potrebbe anche esistere semplicemente come delle reti di reazioni chimiche - che non richiedono alcuna separazione tra loro.

Sono tutte premesse interessanti e, grazie a telescopi sempre più potenti, fino ad ora, sono stati scoperti circa un migliaio di pianeti teoricamente abitabili. Tuttavia, anche se gli scienziati concentrassero le loro ricerche su forme di vita simili alla nostra, basate sul carbonio, avrebbero comunque bisogno di “toccare con mano” per riconoscere la vita.

Il rover su Marte sta campionando e analizzando le rocce. La sonda spaziale Cassini ha letteralmente fatto la doccia nei geyser che fuoriescono da Encelado (la luna ghiacciata di Saturno). Questi esploratori spaziali un giorno forse ci invieranno dei segnali di vita. Ma solo lievi segnali, che gli scienziati chiamano “biomarcatori”. Potrebbe essere molto difficile, con un’analisi a distanza, riconoscere la vita basandosi solo sui biomarcatori.

In effetti anche “toccare con mano” a volte rende difficile il riconoscimento della vita. Lo sa bene Kathie Louise Thomas-Keprta, faceva parte del team di scienziati della NASA che ha studiato il meteorite ALH84001 (proveniente da Marte e ritrovato in Antartide nel 1984). I ricercatori osservarono grandi cristalli a base di ferro, molto simili ad alcuni batteri presenti sulla Terra, organismi che utilizzano le catene di cristalli come bussole per nuotare nelle sostanze nutritive.
In un primo momento furono tutti concordi che si trovavano davanti a fossili di antichi marziani. Poi, questa conclusione venne confutata dalla maggior parte del mondo scientifico, secondo cui queste formazioni cristalline non hanno bisogno della vita per plasmarsi.

ALH84001

Ingrandimento del meteorite ALH84001

Ma forse non è necessario lasciare il nostro pianeta per trovare gli alieni. C’è la possibilità che esistano forme di vita nascoste come le “shadow life” un'ipotesi proposta da cosmologo Paul Davies, presidente del SETI. Un esempio di “shadow life” potrebbero essere le macchie scure che compaiono sui lati soleggiati di alcune rocce presenti in zone desertiche molto asciutte, fenomeno denominato “desert varnish” tradotto letteralmente “vernice del deserto”. S’ipotizza che alcuni microbi possano estrarre elementi nutritivi dalle rocce creando una colorazione spessa e dura sulla superficie. La cosa interessante è che, fino ad oggi, utilizzando microbi e funghi terrestri, non è stato possibile ricreare questo fenomeno in laboratorio. I critici sostengono che sono eventi troppo lenti per essere provocati da microbi. «Come facciamo a saperlo?» – domanda Cleland – «diamo per scontato che la vita abbia un determinato ritmo, basandoci su quella terrestre, ma le “shadow life” potrebbero seguire regole e ritmi completamente differenti».

desert varnish

Desert varnish

Per trovare la vita e classificarla correttamente bisogna cercare l’insolito che è presente sul nostro pianeta, suggerisce Robert Hazen, mineralogista e astrobiologo. Egli ricerca informazioni nascoste nei minerali. I minerali non si formano in modo uniforme su tutto il pianeta. Ci sono 4.933 minerali riconosciuti. Hazen e il suo team hanno mappato le posizioni di 4.831 di loro. E il 22 per cento di questi esistono in un solo sito.

Il motivo è che la formazione di minerali ha una distribuzione asimmetrica come l’evoluzione della vita stessa. Ad esempio l’hazenite (ha preso il nome da Hazen). Un minerale a base di fosfati che si trova soltanto nei presso del Lago Mono in California. I microbi che vivono lì sono gli unici esseri che permettono la formazione del minerale.
Trovare minerali distribuiti asimmetricamente su altri pianeti o satelliti, potrebbe essere un segnale che in quei luoghi la vita esiste o è esistita. Hazen ha consigliato come il rover della NASA potrebbe identificare tali minerali su Marte.

Tralasciando i segnali più comuni per la ricerca della vita, Dirk Schulze-Makuch della Washington State University, fa notare come l’acqua, un elemento da molti ritenuto fondamentale, in realtà sia anche un solvente micidiale, che impedisce la formazione di alcune molecole complesse su cui si potrebbe basare la vita. Schulze-Makuch crede che i punti caldi nei laghi di idrocarburi di Titanio, la più grande luna di Saturno, sono un habitat potenziale per forme di vita aliene.

Come la “desert varnish”, la vita su Titanio potrebbe essere molto lenta. La scarsa luce del Sole, le basse temperature, renderebbero le reazioni chimiche molto pigre. Quindi se dovesse esistere la vita, Schulze-Makuch immagina che potrebbe avere una durata di milioni di anni. Questi organismi potrebbero riprodursi o respirare solo una volta ogni mille anni.

Con così tante opzioni disponibili gli scienziati sono ottimisti sul fatto che ci sia vita lì fuori. In un futuro prossimo, probabilmente, si troveranno faccia a faccia con ET e, quando accadrà, potrebbero anche riconoscerlo per quello che è.

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